“Mona”: sostantivo femminile, precisamente anatomico; oppure: aggettivo maschile, moderatamente offensivo. In entrambi i casi: vocabolo tipicamente veneto, più o meno dentro i confini di quel dizionario delle parolacce che dovrebbero essere dette poco e scritte meno.
Perché da secoli si usa questa parola, e quasi esclusivamente nel Nordest di Serenissima discendenza? Perché l’hanno imparata e diffusa i veneziani? Da dove viene o da che cosa deriva? Perché si va, si manda o si dà del “mona”, secondo precisi percorsi verbali che distinguono rigorosamente tra gli uomini (destinatari esclusivi dell’epiteto, oltre che loquaci chiacchieratori di pratiche sessuali che contemplano la “cosa” in questione) e le donne (che “in mona” possono anche esser mandate, ma come “mone” mai sono insultate)?
Domande oziose, tutte queste, per chi è linguisticamente un analfabeta, un disinteressato o un distratto, e pronuncia (o pratica) la parolina senza pensarci troppo su. Ma si sappia che Luca D’Onghia – ricercatore di storia della lingua italiana alla Scuola Normale di Pisa – è riuscito a dedicarvi un saggio con quasi 500 autori e testi consultati, con conoscenze e ipotesi lungo 600 anni di italiano e di dialetti, con una montagna di citazioni che spaziano da Marco Polo all’Aretino, dal Goldoni al Belli fino ai più recenti Malaparte, Gadda, Eco e Busi.
Da dove arriva, dunque, il vocabolo? Tutto il lavoro di D’Onghia è scritto per confutare la convinzione elaborata dal linguista venetista Manlio Cortelazzo (e ripetuta dai “taglia-incolla” dei suoi discepoli) che all’origine ci sia soltanto la “munì” dei greci – che sarebbe proprio “quella cosa lì” – diventata “monina” e poi “mona” nel va-e-vieni medievale tra Bisanzio e Venezia.
Secondo il ricercatore della Normale pisana, invece, c’entrano l’arabo, le scimmie, i gatti e il parlar sboccato dei tempi che furono. La linea linguistico-semantica – accreditata anche dal vocabolario dell’Enciclopedia Treccani – è pressappoco la seguente.
“Maimón” era la scimmietta che gli arabi vendevano ai mercanti e ai viaggiatori europei, la bertuccia esibita dai circensi e dalle compagnie che giravano i mercati. Diventata “mona” in spagnolo e in veneziano (ma non solo), è stata una di quei vari animaletti, più o meno graziosi, usati come definizione metaforica delle parti intime femminili. “Mona” era chiamato nel tardo Medioevo e fino al Cinque-Seicento anche il gatto: anzi circolava allora quel leggendario Gatto Mammone che nel nome riassume l’ibridazione lessicale e zoologica. “Mona” poteva essere, naturalmente, anche la gatta: il che ci riconduce direttamente ai moderni pornoutilizzi della chatte francese, della pussy anglo-americana e della micia nostrana.
Ma perché “mona” sta anche per sciocco? Vengono ancora in aiuto le bertucce, le “mone” in carne, ossa e pelo: chi se non loro sui palchetti di piazza San Marco a Carnevale o sulle cassette dei cantastorie vagabondi facevano le sciocchezze, i “sesti da sìmia”, i “sesti da mona”, le “monade”? Con il che diventando assai facilmente un nome-aggettivo ben traslabile sui sempliciotti, i baùchi e i pandoli della Dominante e della Terraferma. Tutti e solo uomini, i “mona”, perché – si sa – il sesso debole è di solito assai meno sciocco del sesso forte, checché se ne dica delle donne.
LUCA D’ONGHIA. Un’esperienza etimologica veneta: per la storia di “mona”- Esedra editrice, 116 pagine, 12 euro.








